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Codice Rosso – Le nutrie

reddittumblrmail"10 Gennaio, alta pressione, temperature in diminuzione, massima +3, minima -4, nebbia in Val Padana. Chiuso il casello di Reggiolo in entrata e in uscita sull’A 22 per scarsa visibilità." L’ambulanza procedeva lentamente per la stradina tutta curve, piena di buche e di fessure, perché soggetta a scarsa manutenzione. Era una vecchia carreggiabile, una volta non asfaltata. Senza linea divisoria, era delimitata ai lati da fossati curati dal Consorzio di bonifica ( solo quelli di destra). Vittorio diceva sempre che solo chi vi era nato poteva amare la Bassa, che il suo clima era il peggiore d’Italia. Soprattutto la nebbia. Lui era nato in Novembre, figuriamoci.  Era un figlio della Bassa da capo a piedi. Gli piacevano “la fumana”, il silenzio della campagna, la brina sui prati, la galaverna sui rami degli alberi. "Quando ero a Napoli, al mattino almeno aprivo la finestra e guardavo il mare! Mi sentivo riconfortata! Adesso invece che vedo? La nebbia! Mi viene una malinconia! " Assunta, la collega soccorritrice, veniva dal Sud. Quarantasei anni, di statura media, capelli tinti di biondo. Lavorava all’ospedale come inserviente e si atteggiava a donna moderna e disinvolta. "Però stai qua da vent’anni! ” la rimbeccò Vittorio. "Eh, solo per il lavoro e per i figli! Se fosse per me, tornerei subito dai miei! Là sì che c’è vita e la gente è allegra! Qui siete tutti ingrugnati: poveretti, non è colpa vostra, come si fa a ridere in questo ambiente? L’unica che sorride è la commessa del supermercato, ma è pagata per farlo!  È il clima che vi rovina... ” Vittorio le diede un’occhiata ironica .  Aveva respirato quell’aria umida fin da bambino, quando doveva andare a scuola in bicicletta e percorrere otto chilometri tutte le mattine. Che avventure, che allegria coi compagni, che sogni. Da allora tutto era cambiato, ma la Bassa era sempre la Bassa in inverno, non cambiava mai. "A me la nebbia piace! C’è tanta poesia in questa stagione, la natura sembra addormentarsi, ma sotto sotto sta germogliando la vita.” Assunta sbuffò rassegnata. Erano arrivati al ponticello, dove la stradina si collegava a quella che costeggiava il canale di bonifica e portava a Borghetto. Proprio di fronte all’incrocio c’era l’abitazione da cui era partita la chiamata per un servizio interospedaliero programmato. Nel cortile un cartello: "Bonfatti Ferruccio. Vendita diretta di prodotti agricoli biologici.” Mentre entravano col mezzo, si sentì suonare un campanello, collegato al segnale di una fotocellula. Vittorio conosceva benissimo quel negozio, perché Martina vi sostava spesso durante le loro passeggiate in bicicletta. Lei si riforniva lì di frutta e di verdura di stagione, lui chiacchierava con Miriam, la titolare. Le chiedeva consigli per la coltivazione dell’orto, oppure andava nella stalla sul retro a trovare Luna, la loro asina. Miriam uscì e li salutò con cordialità. Era di piccola stratura, sui cinquant’anni, snella e vigorosa. I suoi modi erano semplici e franchi. Li fece entrare in casa e li condusse nel soggiorno, dove trovarono una donna anziana seduta su una sedia, assistita da un giovane alto e robusto. Vittorio riconobbe Riccardo, il figlio. "Questa è mia suocera; è malata di Alzheimer. Il medico di base ha chiesto una visita specialistica. L’appuntamento è fissato per le dieci. L’avremmo accompagnata con la nostra automobile, ma ha passato una notte molto agitata e ci è stato consigliato il trasporto con l’ambulanza. “ La malata appariva disorientata e confusa; a volte manifestava reazioni involontarie di paura, altre volte pronunciava frasi concitate e incomprensibili, che si interrompevano improvvisamente, come se non riuscisse a trovare la parola giusta. “Non è violenta, – diceva Miriam – ma spesso non mi riconosce e non vuole lavarsi o cambiare i vestiti. Ha bisogno di assistenza a tempo pieno." Spesso Vittorio l’aveva vista aggirarsi nel cortile nelle prime ore del pomeriggio, appoggiandosi ad un bastone, sorvegliata dalla nuora, che serviva i clienti senza perdere di vista la suocera. Per Miriam era un impegno gravoso, perché la costringeva a rimanere sempre chiusa in casa, mentre avrebbe desiderato seguire i lavori della campagna, andare a potare o a coltivare le piantine nelle serre. Lei si sentiva contadina fino alle fibre più profonde del suo essere e soffriva a rinunciare all’aria aperta. Portarono la seggetta e vi fecero accomodare la malata, poi la caricarono sull’ambulanza. L’abitacolo era caldo e lei si mostrò accondiscendente. Assunta le si sedette accanto. I familiari avrebbero seguito il mezzo con la loro automobile. Vittorio partì. La giornata era sempre più grigia, non si sarebbe visto il sole neppure a mezzogiorno. Riattraversò il ponte lentamente e imboccò nuovamente via Campi livelli. Andava piano, per non provocare agitazione o paura nella paziente. Non c’era nessuno in giro: nessuna bicicletta, nessuno sportivo fanatico del jogging; anche le galline e i cani erano rintanati al chiuso. Un gran silenzio avvolgeva tutte le cose, la bruma si addensava sempre più. Vittorio guardava un po’ la strada e un po’ la campagna. Il viaggio si preannunziava lento e noioso. Ci avrebbero messo senz’altro mezz’ora. Guardò languidamente il grano che stava crescendo. Un mare verde, immobile. Quand’ecco... delle macchie nere, in mezzo al verde! Cos’erano?? Le macchie informi incominciarono a muoversi velocemente. Erano animali! Avevano una pelliccia grigio scuro, correvano verso il fosso; alcuni era più grossi, altri più piccoli. L’ultimo, poi, era un batuffolino minuscolo, anche se velocissimo. Una famiglia di nutrie! Si ricordò che Martina gli aveva detto che in estate aveva avvistato un esemplare. Era da tempo che non ne vedevano. Tre anni prima in quello stesso luogo avevano scoperto dei piccoli, ma poi erano scomparsi. Nonostante tutte le loro ricerche, non li avevano più ritrovati. Avevano concluso che i cacciatori li avevano sterminati. Lui non aveva creduto neppure alla scoperta di Martina, perché pensava che si fosse confusa con un altro animale. Invece... Intanto la famiglia si era infilata di gran carriera in una galleria scavata sul fianco del fossato. L’ultimo era stato il più piccolo, lanciando un acuto squittio. Che spettacolo! Si sentì il cuore colmo di meraviglia e di tenerezza. La Bassa sarà l’ambiente più brutto d’Italia, ma quali meraviglie nasconde! Bastava osservare attentamente: gufi, aironi, tartarughe, fagiani... e nutrie. E la vegetazione? Secoli di bonifiche e di agricoltura avevano trasformato la foresta originaria in una savana di campi di frumento e di granoturco, ma lungo gli argini del fiume e dei canali e ai margini dei fossati crescevano in primavera ranuncoli, crochi, margherite e cento altre erbe selvatiche con i loro fiori gialli o viola. Che meraviglia. Quella era la sua terra e lui l’amava, anche quando d’inverno gli infangava le scarpe e lo avvolgeva di nebbia. Era una terra forte come i suoi figli, come Miriam, come i contadini della Bassa. Già, Miriam. Quando arrivarono, lei raggiunse subito l’ambulanza per aiutare. Coprirono bene con una coperta la malata, la scaricarono e la trasportarono in carrozzina verso l’ambulatorio di Neurologia. L’ospedale era caldo, illuminato al neon, pieno di gente che si affollava nei corridoi. C’era ovunque odore di disinfettante e di umidità. Tante facce malinconiche, persone che chiacchieravano per ingannare l’attesa, vecchi d’ambo i sessi che cercavano di sembrare calmi o che guardavano incerti i parenti. Loro avevano la precedenza, perciò fecero entrare la paziente dopo pochi minuti. I parenti rimasero col medico, i volontari uscirono, ma stettero nella sala d’attesa. Vittorio si sgranchì le gambe; i piedi erano freddi, come al solito. D’inverno le conseguenze dell’ipertensione di cui soffriva si aggravavano, soprattutto a livello di circolazione sanguigna degli arti. Cercò di scaldarsi col movimento e sostando un po’ vicino ai termosifoni. Naturalmente senza risultato. Dopo un quarto d’ora la porta si riaprì; non ci sarebbe stato ricovero, dovevano riportare la malata alla sua abitazione. Miriam lo pregò di attendere qualche minuto per permetterle di recarsi alla farmacia dell’ospedale per prendere i farmaci prescritti. Vittorio assicurò che l’ avrebbe aspettata, perché dovevano sistemare la malata sull’ambulanza e compilare la scheda. Quando la videro ritornare accompagnata dal figlio, ripartirono. L’ambulanza era davanti, l’automobile dei parenti dietro. Ripercorsero la strada carreggiabile malandata e tutta curve, sempre immersa nella nebbia. Assunta era seduta nell’abitacolo, accanto alla paziente. Quando raggiunse il punto dove aveva avvistato le nutrie, istintivamente Vittorio aguzzò lo sguardo alla loro ricerca. Niente. Non c’erano. Forse avevano sentito il rumore dei motori ed erano fuggite. Arrivati, Miriam li ringraziò e li invitò a prendere un caffè. Rifiutarono, scusandosi per motivi di servizio. Lei sembrò sinceramente dispiaciuta. "Torni con sua moglie, quando fate le passeggiate in bicicletta! Se non avessi il negozio, non riuscirei a sopportare questa vita. La gente e il lavoro mi aiutano ad evadere un po’, a non pensare. L’assistenza di un malato di Alzheimer è molto dura. “ Aveva poi spiegato che non era per la fatica materiale, ma per la sofferenza psicologica che le procurava l’evoluzione degenerativa della malattia. Vittorio le consigliò di farsi aiutare e le assicurò che sarebbe ritornato. Ora dovevano ripartire, perché c’era un’altra chiamata. Lasciò la casa con un senso di oppressione. Nel suo intimo, provava molta pietà, ma anche il desiderio di non pensare a quello che si preparava per Miriam: crisi, colloqui coi medici, medicine, ricoveri, notti in bianco accanto a un letto d’ospedale. Un flash di immagini e ricordi di un passato ancora molto recente gli attraversò la mente. Dio mio, quanto dolore... senza risultato, senza poter fare nulla, in attesa della fine. La strada era una sola per tornare, perciò si ritrovò sulla carreggiabile. Ormai era quasi mezzogiorno. Fra andare e tornare, erano passate tre ore. Adesso dovevano recarsi a Sabbioni. Codice giallo. Vittorio partì di gran carriera.
Pico 2

Pico 2

Un timido raggio di sole comparve nel cielo. Illuminati di striscio, le piantine di grano appena nate risplendevano di goccioline d’acqua. La nebbia però persisteva, non se ne sarebbe andata, no. La vide confusamente da lontano, sulla riva del fossato. Una folta pelliccia di pelo grigio chiaro, illuminata controluce dal sole. La nutria sembrava cercare delle radici nel terreno. Quando s’accorse del motore, si alzò sulle zampe posteriori per guardare. Un attimo, poi corse nel fosso e si infilò nella tana. Vittorio vide dall’alto la sua figura tozza mentre correva. Avrebbe parlato con Martina di quel giorno pieno di gioia e tristezza. A lei avrebbe fatto piacere sapere delle nutrie e avrebbe avuto parole di comprensione per Miriam. Che si può fare, in questa vita, se non condividere con gli altri i nostri sentimenti? Ecco, comunicare era una forma superiore di solidarietà e di conforto.
Franca

Franca

Appassionata di storia, è stata insegnante di Lettere alle scuole medie dal 1975 al 2011, quando è andata in pensione.
Scrive racconti, si occupa di volontariato e ha un grande amore per le piante e i fiori.
Autodidatta nella coltivazione delle piante, si impegna a mantenere un approccio bio nella cura del giardino.
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