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Racconti

Codice Rosso – Nella tendopoli

reddittumblrmailEra l’alba, l’unica ora vivibile della giornata. Il giorno precedente il caldo non aveva dato tregua e il pomeriggio Vittorio era rimasto chiuso in casa, al fresco del condizionatore. Da Luglio la siccità bruciava i campi fuori città; inutile sperare qualche goccia di pioggia.

Guardò sconsolato la sua divisa, sempre uguale in ogni stagione: i pantaloni troppo pesanti in estate, inutili in inverno; la camicia con le maniche lunghe, gli stivali antinfortunistici di materiale sintetico. Sospirò, poi si avviò con la sua vecchia bicicletta per la strada.

Imboccò la circonvallazione, per dare un’occhiata ai lavori dei vigili del fuoco nel centro storico terremotato e transennato. Alcune gru muovevano i loro bracci meccanici sulle macerie dei tetti, una squadra lavorava per mettere in sicurezza la Chiesa del Gesù e i suoi antichi arredi, una camionetta rossa si dirigeva verso Piazza Costituente. Avevano riaperto alcune strade, ma gli edifici erano quasi tutti lesionati ed inagibili, bloccati da strutture in legno o in ferro, o contornati da cassoni per raccogliere le pietre e le travi pericolanti.

Il terremoto del 20 e 29 Maggio. Due forti scosse, a distanza di nove giorni l’una dall’altra, avevano distrutto il centro della città e gli stabilimenti industriali della periferia, provocando migliaia di sfollati e la crisi di molte aziende.

Ogni volta la vista delle macerie gli provocava un crampo allo stomaco. Dov’erano l’allegria, la gente indaffarata, i colori, le automobili, i ragazzi, le vetrine? E i caffè con i clienti mattinieri che chiacchieravano, le vecchie signore che andavano alla prima messa, il mezzo elettrico che puliva silenziosamente le strade?

Queste cose gli mancavano, facevano parte della sua vita. Tutto era finito in un attimo, scomparso, perduto. Adesso c’erano solo pietre, calcinacci, muri diroccati. E silenzio.

Vittorio distolse gli occhi; quel vuoto era una lacerazione interiore. Pedalò più velocemente, per allontanarsi dalla circonvallazione. Imboccò via Martiri e si diresse verso il campo allestito dalla Protezione Civile della Regione del Friuli, dove c’era il container della Croce Blu.

Infatti anche la "nuova” sede era stata colpita e avevano dovuto evacuarla, salvando le autovetture e un po’ di materiale. Adesso il centralino era in un "modulo” nella zona dove c’erano le piscine e il palazzetto dello sport. Era un gabbiotto metallico con tre finestre e una porta, sempre surriscaldato nonostante il condizionatore.

L’interno aveva due vani: una saletta d’attesa per l’equipaggio e un deposito per il materiale sanitario. All’ingresso la bacheca per gli avvisi e il distributore automatico di bevande, salvato con un trasloco affrettato dalla vecchia sede.

Lo spazio era molto ristretto, perciò i volontari preferivano stare all’esterno, seduti accanto ai mezzi, dove si poteva respirare un po’. Di fronte si stendeva la distesa delle tende blu degli sfollati, racchiuse da una rete metallica e sorvegliate. Gli ospiti erano quasi tutti stranieri: marocchini, indiani, neri. Tanti bambini giocavano a pallone o correvano per le stradine polverose. L’atmosfera era da caserma, ordinata ma grigia.

Vittorio arrivò alle sette in punto: aprì la porta con le chiavi ricevute in dotazione, entrò, collegò il telefono del centralino al 118 e controllò la sede, poi uscì. Ispezionò l’ambulanza, verificando il livello della benzina, la checklist e le attrezzature sanitarie.

Cinque minuti dopo ecco Vincenzo, venuto per il consueto servizio da centralinista. Indossava sui pantaloni della divisa la maglietta blu con il logo "Barcolliamo…ma non molliamo!", creato per raccogliere fondi per l’associazione. Le stesse parole comparivano all’esterno della sede, scritte a grandi caratteri su un lenzuolo.

Coltivatore diretto in pensione e socio da molti anni, l’uomo appariva invecchiato, rinsecchito e incanutito. Il viso da eterno ragazzo aveva gli zigomi un po’ tirati, le borse sotto gli occhi erano arrossate.

"C’è qualche novità?” gli chiese Vittorio.

"Sono passato dall’ospedale. Coi soldi delle donazioni stanno ripristinando il lato nord del corpo 8: radiologia, ambulatori, sale operatorie e reparto degenti. Presto scompariranno le tende per i medici e le emergenze nel parcheggio. Stanno lavorando molto in fretta.”

"Sono i soldi ricavati dal concerto allo stadio di Bologna a favore delle popolazioni colpite dal sisma" disse Vittorio. "La Regione li ha destinati agli ospedali situati nell’epicentro del terremoto: tre milioni di euro!”

"Beh, al nostro ospedale toccherà solo una parte, ma servirà a riaprire prima del previsto."

Vincenzo si sedette su una sedia vicino alla porta. Il sole era già alto, ma l’aria era ancora fresca. C’era un po’ d’ombra, proiettata sullo spiazzo dai pioppi vicini.

"E i lavori a casa tua?”

Vincenzo fece un gesto di sconforto. Abitava in campagna, in una antica casa colonica del Quattrocento , che Vittorio aveva guardato tante volte con ammirazione. Ora era inagibile e soggetta ai vincoli della Soprintendenza per i Beni Artistici per il restauro.

"Tutto è bloccato, devo attendere le decisioni dall’alto e sono disperato. Ci hanno assegnato un container e viviamo in condizioni disumane. Di giorno si soffoca, il condizionatore non serve a nulla e io e mia moglie dovremmo rimanere intrappolati in pochi metri. Di notte non c’è coperta che ci protegga dall’umidità e dal freddo. Così non possiamo andare avanti. Mi dispiace lasciare la fattoria, ma dovrò cercarmi un appartamento in affitto altrove. "

Il telefono squillò. Vincenzo corse dentro. Un ordine di ricovero per l’ospedale di Cittanova.

L’equipaggio in servizio, formato da Vittorio e Arturo Jacono, partì nel giro di due minuti. Una vecchia paziente li attendeva al numero 177 di via Baccanina, nella frazione di Tre Querce. Un posto fuori mano, dove non erano mai stati.

Per giungere all’indirizzo indicato furono costretti ad abbandonare le strade statali e provinciali. Prima del piccolo centro, Vittorio ebbe la visione fuggevole della distruzione di un antico palazzo ottocentesco abbandonato, che avrebbe dovuto essere restaurato già prima del sisma. Il duplice porticato della facciata aveva retto, ma l’ala destra era completamente diroccata.

Costeggiarono un vecchio canale su una carreggiata stretta e tutta curve. A destra e sinistra case coloniche lesionate, col tetto sfondato o precipitato, da cui pendevano travi e grondaie sfasciate. Alcune fattorie erano state evacuate, altre erano presidiate da famiglie in roulotte o in tende. Solo il paesaggio agrario sembrava intatto, rigoglioso, verde, produttivo.

Trovarono la casa non senza difficoltà. Un edificio giallo, fiancheggiato da una stalla e da alcuni rustici. Nel cortile vasi di oleandri fioriti e galline. Il medico di famiglia li attendeva. La paziente era pronta e fu trasferita sull’ambulanza con la seggetta.

Arturo si sedette nell’abitacolo, il mezzo ripartì. Il viaggio fu lungo, rallentato dal traffico intenso, ma fortunatamente il climatizzatore funzionava bene e poté portare un po’ di frescura.

Arrivarono a destinazione dopo un’ora e mezzo e consegnarono la malata al personale del Pronto Soccorso.

Al ritorno, furono raggiunti da un’altra chiamata del 118. Un altro ricovero per l’ospedale di Cittanova. Vittorio accelerò; aveva capito ormai che per tutta la mattina avrebbe dovuto percorrere quella strada avanti e indietro e chissà quando sarebbe rientrato. Avvertì Martina al telefono di un possibile ritardo di due ore.

Arturo era tranquillo, per nulla seccato. "Non ti aspettano all’una?” gli chiese.

"No, mia moglie e i miei figli sono tornati a Napoli, dai miei suoceri. La nostra casa è inagibile, siamo sfollati. Sono rimasto solo io, nella tendopoli. Sono in cassa integrazione, faccio il volontario. Al campo do una mano nella distribuzione dei pasti e del materiale. Sai una cosa? Solo aiutando gli altri non penso ai miei guai, mi sento confortato. Per me va bene così.”

"Scusa, non sapevo della tua situazione. Mi spiace tanto…” disse Vittorio.

"No, non ti preoccupare! Il mio turno di cassa integrazione sta per finire e presto tornerò a lavorare; quanto alla casa, mi cercherò un altro appartamento in affitto. A Settembre riprenderanno le scuole e i miei familiari ritorneranno qui. La vita continua, non bisogna abbattersi. Io sono ottimista, sono nato a Napoli!”

Già, lui non era ombroso come gli Emiliani, veniva dal Sud, dall’allegria, dal mare…Cercò di dare un accento deciso alla sua voce: "Hai ragione, ci riprenderemo! "gli disse sorridendo "La storia della Bassa non finisce qui. Barcolliamo, ma non molliamo!”

Il container della Croce Blu

Il container della Croce Blu

Franca

Franca

Appassionata di storia, è stata insegnante di Lettere alle scuole medie dal 1975 al 2011, quando è andata in pensione.
Scrive racconti, si occupa di volontariato e ha un grande amore per le piante e i fiori.
Autodidatta nella coltivazione delle piante, si impegna a mantenere un approccio bio nella cura del giardino.
Franca

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