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Codice Rosso – Epifania

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Pico 2

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Era festa, l’Epifania, e aveva tentato di trovare un sostituto per il servizio. Non c’era nessuno disponibile. Peccato, gli sarebbe piaciuto assistere al Presepe vivente in duomo, organizzato da Martina. La poveretta si era data molto da fare con la sceneggiatura, la regia e le prove, senza considerare le ore di stiratura dei costumi. Ogni anno era un bello spettacolo, sempre diverso. Vi partecipavano bambini del catechismo, giovani, padri di famiglia, donne. Terminava con una musica natalizia eseguita al violino da una ragazza che rappresentava l’angelo apparso ai pastori a Betlemme. Beh, quest’anno avrebbe saltato la rappresentazione. Eppure l’aveva detto chiaro ai soci: avrebbe fatto servizio in emergenza solo il martedì e il venerdì, escludendo tutti i giorni festivi. Quel venerdì era festivo, quindi… No, non c’era stato niente da fare. Apparentemente i soci erano molti, più di cento, ma pochissimi quelli disponibili con continuità. Alcuni svolgevano un servizio al mese, altri neppure quello. Il presidente aveva dovuto prendere provvedimenti contro gli “assenteisti” e richiedere un maggiore rispetto delle regole. Erano le sette e Rosanna, la sua collega soccorritrice, era già arrivata. Si augurò di non dover trasportare pazienti molto corpulenti con la seggetta, perché era una ragazza mingherlina e non avrebbe potuto aiutarlo. Chiamarono per un trasporto ad una visita ambulatoriale. Via Cantone 561. Una casa colonica nella Valle, il territorio della ex bonifica. Partirono tranquillamente, senza alcun codice, e andarono anzi piuttosto piano, perché s’era avviato un vento fortissimo, che rischiava di far sbandare il mezzo. Le foglie secche rimaste sugli alberi volavano da tutte le parti, raccogliendosi in mulinelli; le nuvole vennero spazzate via e il cielo divenne terso e luminoso. "È in arrivo aria fredda dal Polo!” disse Vittorio"Presto farà un bel freddo!” Rosanna annuì e si strinse nel giaccone imbottito. Guardò fuori: la campagna era desolata, i campi arati. Di verde c’erano solo le erbe del fosso e l’argine del fiume, lontano. Le zolle avevano un colore grigio. "Dopo Natale io sono già stanca dell’inverno. Vorrei che fosse già primavera!” "L’inverno è iniziato da meno di un mese, ne abbiamo altri due!"osservò Vittorio. "Concentriamoci sui numeri civici. Dai, guarda bene! Ma quando si decideranno quelli del comune a mettere i cartelli dei numeri lungo la strada?! Le case sono troppo lontane e non si vede niente!” Come sempre faticarono un po’ a trovare l’abitazione del paziente; veramente era stato il medico di base a chiamarli, per avvertirli che il malato era affetto da sordità ed incontrava difficoltà nella deambulazione. “Difficoltà nella deambulazione??” esclamò Vittorio, sgranando gli occhi. Lo spettacolo era allo stesso tempo miserevole e grottesco. Un vecchio uscì dal portone socchiuso e venne loro incontro sorreggendo il busto su due bastoni legati insieme. Le gambe penzolavano nel vuoto quando si moveva, riusciva solo ad appoggiare i piedi a terra. Era un gioco di equilibrismo molto instabile, frutto certamente di un lungo allenamento, ma efficace. Faceva forza sulle braccia, un tempo forti, ora ossute e logorate. Anche il viso era scarno e segnato, come specchio di lunghi patimenti. Vittorio e la sua compagna rimasero un attimo immobili, sorpresi dallo spettacolo, poi si affrettarono ad andargli incontro. Mentre lo sorreggevano, l’uomo disse loro in dialetto che li stava aspettando affacciato alla porta, perché era sordo e non avrebbe sentito il rumore del loro arrivo. Lui viveva solo, suo figlio abitava lontano. Era stata la dottoressa Leonelli, che ogni settimana passava per una visita medica, a telefonare per il trasporto. Entrarono in casa e lo fecero sedere. Era un ambiente spartano, arredato con pochi mobili molto vecchi. C’era un camino, in cui ardeva un focherello. Certo non c’era molta pulizia, ma ogni cosa era al suo posto e non c’erano cibi guasti in giro. C’era squallore, ma non miseria. Quello che suscitava compassione era lo stato di abbandono e di solitudine in cui viveva, come si poteva leggere dal suo sguardo. La mancanza di comunicazione e di compagnia avevano velato i suoi occhi di un’ombra di paura e di apprensione, anche se dimostrava un animo franco e concreto. Andarono a prendere la seggetta, lo fissarono con la cintura di sicurezza e lo sistemarono sull’ambulanza. Lo portarono in quindici minuti all’ospedale, all’ambulatorio di ortopedia, per una visita specialistica. Si fermarono nella sala d’aspetto per attendere di riaccompagnarlo. "A volte si fa fatica a credere di essere nel Duemila! A vederlo, sembrava di essere nella corte dei miracoli!"disse Rosanna."Solo come un cane, in quelle condizioni… Avrebbe bisogno di una badante, di qualcuno che si occupasse di lui… Chissà da quanto tempo non si fa un bagno!” Sì, Vittorio era rimasto colpito anche lui. Aveva scherzato col vecchio, si era mostrato cordiale, come faceva sempre in queste situazioni, tuttavia aveva sentito qualcosa dentro, come una ferita. Gli era venuto in mente il brano del vangelo che aveva sentito il giorno prima, quello della guarigione del paralitico. Anche lì i compagni sani del malato avevano avuto compassione di lui e lo avevano portato su un lettino da Gesù. Non riuscendo ad entrare in casa, perché nessuno faceva posto, avevano scoperchiato il tetto di paglia per calarlo dall’alto. Ecco, anche a lui sarebbe piaciuto fare lo stesso. “ Adesso ti porto da Gesù. Chiedigli di guarirti. Vedrai che lui ti ascolterà”. Avrebbe visto la paura scomparire da quegli occhi grigi, il volto tornare sereno, le gambe raddrizzarsi. “Va’, ti sono rimessi i tuoi peccati.” Invece la porta si aprì ed apparve un infermiere, che disse: “Abbiamo finito, potete riportarlo a casa. Ecco il referto per il medico curante.” Presero il foglio, portarono la seggetta e vi fecero accomodare il paziente. Lo caricarono sull’ambulanza e ripartirono. Rosanna si mise al volante, Vittorio rimase nell’abitacolo. La conversazione non era possibile, ma fu il vecchio stesso a parlare, per dirgli che non chiudeva mai la porta di casa, anzi lasciava sempre la chiave nella toppa all’esterno. In caso di emergenza, i soccorritori sarebbero entrati senza ostacoli. Certo, lo capiva anche lui che era un bel rischio, che dei malintenzionati avrebbero potuto fargli del male, ma lui preferiva così, per non chiudere l’ultimo contatto che aveva col mondo. “Tanto, ho poco da perdere…” concluse. Arrivati al vecchio casolare, lo portarono dentro coprendolo con una coperta; il vento gelido e fortissimo ostacolò le loro operazioni. Alla fine lo distesero sul letto, vicino al camino. Gli dissero qualche parola di circostanza, gli chiesero se voleva avvertire qualcuno, poi salutarono e se ne andarono. Lasciarono la chiave nella toppa, all’esterno, come aveva chiesto il malato. Nella landa desolata, il vento continuava a piegare gli alberi e a sollevare nugoli di foglie secche. Erano tristi, avevano fatto uno sforzo per nascondere il loro imbarazzo. Si sentivano colpevoli anche per l’inadeguatezza dei servizi sociali. Non era possibile che l’unica ad occuparsi di quel povero vecchio fosse solo la Leonelli. Perché il figlio non gli aveva procurato almeno l’assistenza di una badante? Sempre e solo per i soldi, per taccagneria. E per durezza di cuore. Inutile arrabbiarsi, il mondo va così. Avevano fatto qualche chilometro, quando Rosanna esclamò:” Abbiamo dimenticato di lasciargli il referto! Adesso come facciamo? Dobbiamo tornare indietro!" Vittorio sbuffò: si era emozionato e aveva perso il controllo. La freddezza, la lucidità erano essenziali… Un servizio ben fatto deve bandire pietismi. Adesso bisognava rimediare. Invertì la marcia e ripercorse la strada per il casolare. Si fermarono davanti al cancello. Questa volta non c’era nessuno ad aspettarli e la casa era immersa nel buio. Che fare? Chiamare era inutile. "Senti, prendi il foglio ed entra in casa."disse Vittorio. “Fa’ piano, in modo che non ti veda all’improvviso e si spaventi. Digli che ci siamo dimenticati la lettera per la dottoressa.” "D’accordo” rispose Rosanna. La ragazza aprì il cancello, attraversò il cortile ed entrò in casa. Vittorio provò una fitta d’angoscia e si rimproverò per la sua leggerezza. Chissà, forse avrebbe urlato, forse si sarebbe sentito male… Rimase pronto a scattare fuori al minimo segno di allarme. Non accadde nulla. Dopo un minuto Rosanna uscì tranquilla e ritornò verso l’ambulanza. Salì e si sedette. Lo guardò con un sospiro:"Non si è accorto di nulla, dormiva. Gli ho lasciato la lettera sul tavolo.” Vittorio sentì la tensione allentarsi. Adesso potevano tornare in sede. Dentro di sé pregò silenziosamente: “Piccolo Gesù, perdona i nostri peccati”
Franca

Franca

Appassionata di storia, è stata insegnante di Lettere alle scuole medie dal 1975 al 2011, quando è andata in pensione.
Scrive racconti, si occupa di volontariato e ha un grande amore per le piante e i fiori.
Autodidatta nella coltivazione delle piante, si impegna a mantenere un approccio bio nella cura del giardino.
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