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Codice Rosso – I dializzati

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Pico 2

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Il mercoledì pomeriggio Vittorio trasportava i malati in dialisi all’ospedale. Faceva due giri: prima caricava Mario, poi Elsa. Partiva con l’ambulanza e con un compagno, perché si trattava di pazienti non autosufficienti. Stradine di campagna, case di contadini, cortili, cancelli. Famiglie sparute, di gente anziana, abituata a sopportare le disgrazie. Vecchi dagli occhi tristi, che guardavano la badante con la fiducia dei bambini. In quella casa di Borghetto il personaggio più importante non era un umano, ma un animale: una cagna labrador con gli occhi scuri. Da tempo aveva imparato ad aspettare l’ambulanza nel giorno prefissato: quando li vedeva arrivare, incominciava ad abbaiare con insistenza perché uno dei figli di Elsa andasse ad aprire il cancello. Poi entrava in casa e con grugniti ed uggiolii sollecitava l’altro figlio ad alzare la madre, la badante a vestirla, i soccorritori a preparare la seggetta. Conosceva tutti i movimenti e le manovre necessarie, sbuffava se qualcosa veniva trascurato, scodinzolava se le operazioni venivano eseguite correttamente e nella sequenza opportuna. Vittorio l’accarezzava ogni volta che entrava nel cortile. “È la più intelligente della famiglia” pensava fra sé. Alla fine, quando partivano ed Elsa la salutava con la mano, inclinava la testa da un lato, come se tirasse un sospiro di sollievo. Dopo era il turno di Mario, un uomo di cinquantatré anni che abitava in una casa colonica molto antica, risalente al XV secolo. La porta d’ingresso aveva un arco a tutto sesto e le mura esterne erano di pietra. All’ interno, c’erano il pavimento in cotto a un livello più basso del cortile, pareti spesse e finestre piccole. A Vittorio sembrava di fare un salto nel passato. Avevano conservato anche un grande camino, in cui ardeva sempre il fuoco. Mario infatti aveva sempre freddo e non se ne staccava mai, estate ed inverno. A causa della malattia e dell’immobilità, era diventato obeso di corporatura e cupo di carattere, ma in passato doveva essere stato una persona affettuosa e positiva, perché le due figlie lo amavano molto e sopportavano di buon grado il suo mutismo e i momenti neri. "Sta spesso male – gli disse la minore – ed è molto preoccupato per noi. Più per noi che per la sua salute. Non abbiamo finito gli studi e viviamo del lavoro della mamma. Cerchiamo di aiutarla, ma dobbiamo frequentare l’università e studiare. La pensione di invalidità è insufficiente.” La madre aveva un piccolo laboratorio di maglieria. Le ragazze erano giovani, belle, intelligenti. Rosanna, la maggiore, studiava ingegneria, l’altra frequentava ancora il liceo scientifico. In quella famiglia c’erano molto coraggio e molta dignità. Si tirava avanti giorno per giorno, ognuno faceva la sua parte senza lamentarsi. Vittorio e Luigi sistemarono il malato sulla barella, la caricarono sull’autoambulanza e partirono per l’ospedale. Arrivarono in venti minuti; accompagnarono il malato nel reparto dialisi e lo affidarono agli infermieri. Adesso bisognava aspettare tre ore, prima di iniziare il trasporto a casa. Tornarono in sede e si sedettero nella sala per la sosta dell’equipaggio. Luigi incominciò a parlargli delle sue figlie, ma Vittorio l’ascoltava distrattamente, perché erano sempre le stesse cose: serate in discoteca, litigi, sgridate, poca voglia di studiare, discussioni. Che noia, pensava. E intanto la mente ritornava all’atmosfera di quelle famiglie, alla rassegnazione che si respirava, al rimpianto di una vita normale, alla sofferenza. Il destino dei dializzati è segnato: prima o poi l’organismo si indebolisce, la terapia è sempre più inefficace, il cuore si affatica. Un tempo morivano rapidamente, oggi ricevono una proroga, più o meno lunga. Era proprio in questi casi che capiva l’importanza del suo servizio di volontariato. Non bisogna lasciare soli questi malati e le loro famiglie, per i quali la società deve dimostrare solidarietà e vicinanza. Hanno diritto all’aiuto e all’affetto dei loro simili sempre, in qualsiasi condizione, anche nella più disperata. Perché i giovani non venivano educati dagli adulti alla solidarietà? In vent’anni di volontariato Vittorio si era reso conto delle trasformazioni progressive della mentalità e del modo di vivere della gente comune. Gli adulti non erano più in grado di essere esempi per i giovani. Non potevano più dire, neppure nel campo della morale, “fai come me”. Tantomeno “fai con me”. Gli anni del benessere a tutti i costi avevano distrutto i valori, i sentimenti veri, gli ideali. Anche nell’associazione non riuscivano più a reclutare giovani leve. Erano pochi e sempre più vecchi. Sì, c’era ancora qualche ragazza, ma erano casi isolati, talvolta molto particolari. Dov’erano gli studenti universitari desiderosi di fare esperienza, i trentenni disposti a rinunciare ad una domenica per generosità? Se ne erano andati tutti, per indifferenza ed egoismo. Sospirò. Non voleva essere severo. Lui aveva superato la sessantina, gli sembravano poche le cose importanti, vedeva con maggiore chiarezza la via. Le sue conquiste erano state pagate con molta fatica, ma si sentiva sereno. Invece per i giovani la vita era molto difficile, tutto era precario e insicuro. Era calata la sera ed era ora di riportare i pazienti a casa. Con l’ambulanza ripercorsero le vecchie stradine di campagna, attesero che si riaprissero i cancelli, rientrarono nei cortili e nelle case. La cagna di Elsa li accolse festosa, abbaiando senza tregua ordini perentori a figli e badante. Corse di fianco al mezzo, sorvegliò le operazioni di scarico, leccò la mano della padrona. Quando ebbero finito e stavano per andarsene, Vittorio si chinò su di lei e le accarezzò la testa. Mentre le diceva qualche parola affettuosa, la cagna lo guardò negli occhi. Voleva trasmettergli un messaggio, lo stesso che anche lui non riusciva a dire a parole: la felicità è donarsi agli altri.
Franca

Franca

Appassionata di storia, è stata insegnante di Lettere alle scuole medie dal 1975 al 2011, quando è andata in pensione.
Scrive racconti, si occupa di volontariato e ha un grande amore per le piante e i fiori.
Autodidatta nella coltivazione delle piante, si impegna a mantenere un approccio bio nella cura del giardino.
Franca

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