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Il professore (I parte)

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Cornetto - Il Professore

Il cornetto del professore

Il professore si svegliò come ogni mattina alle 8 del mattino, solo nel suo letto, la casa silenziosa, Dopo essersi lavato e vestito a fatica, con quella maledetta giacca che non si infilava più bene, adesso che le spalle erano curve, citofonò al portiere. “Giulio può salire col cornetto e il giornale, adesso”. Nessun buongiorno al portiere, ogni cortesia era già compresa nel lavoro che aveva trovato a Giulio, il figlio, con I fondi di un progetto di ricerca in cui veniva contemplata la strana figura di ”segretario di progetto”. Giulio era il suo segretario personale, in realtà. Vivendo nello stesso palazzo signorile in qualità di figlio del portiere, il suo compito era quello di comprare il cornetto caldo al forno di fronte, comprare il giornale e rimanere in attesa che il professore lo chiamasse. Quando il professore era pronto, gli chiamava il taxi per recarsi all'università e lo precedeva in scooter nel suo ufficio, dove prendeva servizio al telefono e controllava le e-mail. Giulio aveva paura del Professore. Sapeva che da un momento all'altro poteva togliergli quel lavoro e lasciare la sua famiglia senza un secondo stipendio, solo con i guadagni del padre. Fortunatamente, essere il portiere permetteva a suo padre l'alloggio nel sottoscala, dove c'era sempre caldo grazie al (o a causa del) vicino locale caldaie. Era cresciuto con il rumore delle caldaie che si accendevano: clic e fiammata, suono del fuoco che brucia. Dopo un po', clic e silenzio. Poi di nuovo: clic e fiammata, fuoco che brucia. E intanto sentiva il fuoco bruciare dentro di sé quando ascoltava il padre che, con deferenza, rispetto e una buona dose di disprezzo per se stesso salutava i condomini ricchi e altezzosi quando lasciavano il palazzo o rientravano a casa. C'era l'Avvocato, c'era la Maestra, c'era il Dottore. E poi, tra loro, il più crudele di tutti. Il Professore. Un giorno, quando Giulio aveva circa sedici anni, il padre aveva preso una brutta polmonite dopo aver lavorato sul tetto una notte intera per montare la parabola al Dottore che doveva vedere una partita. Il giorno dopo non avrebbe potuto spostarsi dalla guardiola, perciò, come ogni volta accadeva con i lavori esterni al palazzo, aveva lavorato di notte. Ma quella notte c'era stato freddo e al Dottore poco importava se il portiere poteva ammalarsi. Giulio lo aveva convinto a mettersi a letto, nonostante le lamentele. Chiamò il medico di base, come gli disse di fare il Dottore che doveva andare in barca e non aveva tempo di occuparsi di un portiere per una semplice tossucola, e aveva deciso di sostituirlo finché non si fosse rimesso. Avrebbe fatto qualche assenza da scuola, ma poco importava. Così, passò un'intera giornata nei panni del padre. Se prima provava ripugnanza pura nel sentire il padre salutare quei mostri incravattati, ora che era nella guardiola al suo posto avvertiva un senso di profondo timore nei loro confronti. Non era il loro aspetto, non era il modo in cui nemmeno lo vedevano quando uscivano. Era un unico, solo pensiero. “Loro possono far perdere il lavoro a tuo padre anche solo dicendo che non è stato al suo posto per mezza giornata”. “Loro possono raccontare anche la più semplice menzogna pur di divertirsi ad esercitare il potere.” Alla fine della giornata, era stanco e profondamente rassegnato. Aveva già perso ogni autostima, e di tutta quella giornata ricordava solamente il momento in cui era sceso il Professore e lo aveva così apostrofato: “Come vi siete permessi di dimenticare il mio cornetto con il giornale? Farò licenziare tuo padre per questo.” Giulio gli rispose con tutta la cortesia che riuscì a trovare in mezzo all'angoscia e al disprezzo per quell'uomo laido e crudele che il padre si era ammalato e che lo aveva sostituito, ma che non era a conoscenza della consuetudine del cornetto. Glielo avrebbe senz'altro portato il giorno dopo insieme al giornale. E poi gli chiese l'anticipo per effettuare l'acquisto il giorno dopo. “Il cornetto e il giornale sono a carico vostro, non mio. Io pago già lo stipendio di tuo padre. Lo proteggo perché lo faccio stare qui, altrimenti avremmo già fatto chiudere la portineria.” Giulio allora prese il proprio portafogli, estrasse una banconota e la porse al Professore. “Non posso allontanarmi perché ho preso servizio, ma la prego: usi questo denaro di mio padre per comprarsi il cornetto e il giornale da solo.” Il Professore scuoté la testa. “Insisto, Professore C...” “Non so dove si comprano. Vai tu per me.” “Non mi posso allontanare. Dovrà fare da solo.” Il cuore gli batteva sempre più forte. La mano tremava. Il Professore gli restituì la banconota e si allontanò senza salutare. Giulio sentiva il cuore battere ancora più forte, sentiva le orecchie bollenti, le guance di fuoco. Aveva appena sfidato quel vecchio schifoso. Suo padre avrebbe perso il lavoro per colpa sua, la sua famiglia sarebbe stata di colpo senza uno stipendio e senza una casa, tutto in una volta, solo per colpa sua. Passò il resto della giornata nell'angoscia e si rese conto solo allora di come aveva vissuto, ogni giorno, suo padre. Quella sera il Professore rientrò come sempre. Si fermò alla guardiola e diede a Giulio una banconota. “Queste sono per il cornetto e per il giornale. Dovrebbero bastare per tutta la settimana.  Quando ti chiamerò al citofono mi porterai tutto di sopra. D'ora in poi sarai tu a portarmi la colazione e il giornale. Tuo padre è esonerato dal compito.” Quella sera raccontò tutto al padre, chiedendogli quale fosse la storia di quell'uomo così orrendo e senza la minima capacità di fare qualcosa da solo. Il padre, che faceva il portiere da più di vent'anni in quello stesso palazzo, conosceva bene la storia del Professore, perché un giorno ne aveva parlato con un collega del Professore stesso, che si definiva comunista e che, quindi, parlava col popolo. Gli aveva raccontato ogni dettaglio che conosceva come solo una comare poteva fare, e tutto in nome dell'uguaglianza tra le persone e del rispetto verso la classe operaia. Se avesse avuto di fronte un principe, avrebbe senz'altro spettegolato nello stesso modo. Lo chiamavano “il Professore”.  Perché era davvero un professore, all'università. Anche quando usavano il suo cognome, tutti avevano l'abitudine di anteporvi il titolo, lasciando la “e” finale. Professore C... Aveva ormai passato la settantina, la sua vita accademica era ferma agli ultimi suoi risultati di vent'anni prima, successivamente portati avanti dalle sue dottorande e ricercatrici, e ogni giorno trascorreva il tempo alla sua cattedra guardando lavorare le sue ragazze, senza talvolta capir bene di cosa stessero parlando. Negli anni sessanta, appena laureato, aveva conosciuto quella che sarebbe diventata sua moglie. Una donnetta qualunque, che aveva preso una laurea qualunque in letteratura italiana e che vedeva come migliore prospettiva quella dell'insegnamento nella scuola pubblica. Non la trovava particolarmente attraente, né particolarmente arguta. Ma era la figlia del Rettore, e questo la rendeva decisamente interessante. Interessante e utile, perché fin da quando aveva cominciato l'università una cosa sola aveva cominciato ad affascinarlo. Non la ricerca scientifica, la purezza della teoria, il dato empirico, la matematica. Non lo studio in sé, non la materia. Rimaneva invece folgorato dal potere, dalla deferenza degli studenti al passaggio dei professori, il loro profondo rispetto, il timore, a volte il terrore di poter essere presi di mira e non riuscire a passare l'esame. Decise che un giorno quella persona così importante, rispettata, temuta... sarebbe stato lui. Lui sarebbe diventato un Professore. Due giorni dopo la discussione della tesi, il cui relatore era il cugino del Rettore, convolò a nozze con Dorina, la figlia del Rettore che nel frattempo era stata spinta dal padre a prendere la strada della carriera accademica, proprio come il suo ambizioso fidanzato. Carriera che durò veramente poco, perché entro pochi mesi era già rimasta incinta e aveva cominciato, invece, la sana e tranquilla vita della casalinga che gode di una rendita vitalizia del facoltoso papà. Il giovane Professore, invece, aveva cominciato la sua folgorante carriera appoggiandosi al lavoro del suo amico Francesco, professore di poco più anziano e dal cuore grande e generoso. Insieme, ottennero risultati importanti nel loro campo di ricerca, più attribuibili a Francesco che al nostro giovane protagonista, ma sempre condivisi equamente di fronte al mondo accademico. Ed era così che aveva continuato a vivere: condividendo i successi accademici con Francesco e sfruttando  le conoscenze del suocero per i propri avanzamenti di carriera. Ebbe due figlie, e poi da ciascuna due nipoti. La moglie si ammalò presto di Alzheimer e dovette prendersi in casa due badanti, una per sé e una per la moglie, perché da solo non sapeva proprio fare niente. Di lì a poco, dopo grande sofferenza, Dorina era morta e lo aveva lasciato solo con le badanti. Poi, anche quelle lo lasciarono, tornandosene nel loro paese dell'est. Per ringraziarle, fece mandare loro un pacco pieno di mutandoni da donna che fece spedire dall'ufficio a spese dell'Università, per motivi di rappresentanza. Le figlie e i nipoti non lo andavano a trovare. A volte, quando lui restava in città andavano nella sua casa al mare a trascorrere qualche piacevole giornata di vacanza, e ripartivano quando lui li raggiungeva. Da quando lavorava lì, il portiere aveva la consuetudine di occuparsi della colazione e del giornale. Ogni giorno lo vedeva uscire alla stessa ora, per andare all'università, sedersi alla cattedra e osservare come le cose gli giravano intorno e venivano a lui senza alcuna fatica. Il giorno dopo, Giulio andò a comprare il cornetto al forno di di fronte e si procurò il giornale (per fortuna, il padre gli aveva rivelato anche QUALE giornale prendere). Il Professore si fece sentire alla solita ora, Giulio salì e gli portò cornetto e giornale, come da programma. E così fece finché il padre non si ristabilì. Tornò a scuola. Si diplomò pochi anni dopo e il giorno del diploma il Professore si presentò alla guardiola per parlare con il portiere. “Ho un lavoro per tuo figlio. Digli di presentarsi domani mattina in Università.” (Fine I parte)
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Il Professore

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