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Racconti

Codice Rosso – Nelle Valli

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Pico 2

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I laghetti, gli acquitrini e i prati umidi si erano prosciugati a causa della siccità; i pennacchi piumosi dei canneti ondeggiavano al vento gelido. Un sole lontano illuminava la landa desolata delle Valli. Erano le nove del mattino e viaggiavano a 20 Km all’ora, cercando di evitare le buche e i cumuli ghiacciati di neve disseminati ai lati della stradina sterrata, coperta da lastroni di ghiaccio. Dentro l’abitacolo dell’ambulanza c’era un bel caldo, grazie all’impianto di riscaldamento. Vittorio non si era tolto la giacca imbottita della divisa e cercava di scaldarsi il più possibile, dopo la levataccia ad ore antelucane e i -11° che aveva dovuto affrontare. Erano partiti in codice rosso, seguiti dall’auto medica, ed avevano percorso velocemente la strada statale fino al piccolo paese di Casette. Penetrati nelle Valli, si erano trovati a percorrere carreggiate in terra battuta. La destinazione era un casolare in via Bosco. Un anziano in crisi respiratoria. Vittorio non aveva tempo di ammirare il paesaggio, aveva troppo da fare. La strada costeggiava il canale della bonifica; attraversò il secondo ponte a destra ed ecco il numero civico. Fermò il mezzo in un cortile: un gruppo di edifici rustici, una roulotte parcheggiata di fronte all’ingresso. La costruzione principale aveva muri scrostati, una facciata bassa, finestre piccole. Entrarono da una vecchia porta di legno verde: una cucina angusta, buia, surriscaldata da una vecchia stufa a legna. Su un seggiolone, col capo reclinato all’indietro, un vecchio dai capelli bianchi e dal respiro affannoso. Accanto a lui, la vecchia moglie e una donna di mezz’età; intorno al tavolo, alcuni giovani dagli occhi e dalla carnagione scura. Non c’era spazio, né ossigeno. Il dottor Bellesia ordinò di trasportare il paziente nell’ambulanza, dove lo avrebbe visitato, essendo impossibile effettuare le analisi sul luogo. Il vecchio era provato dalla malattia, ma di corporatura forte e ancora in grado di alzarsi e di muoversi sulle proprie gambe. Si dimostrò collaborativo e li pregò di rialzare l’estremità della barella, perché non riusciva a respirare sdraiato. Sul mezzo l’infermiere gli applicò al dito il saturimetro e al torace gli elettrodi dell’elettrocardiogramma. Mentre controllava il tracciato, il medico chiese a Giancarlo di applicargli la mascherina e di somministrargli due litri di ossigeno. Fuori, sull’argine del canale, la moglie seguiva silenziosamente le operazioni. Coperta da uno scialle, fumava. Un piccolo cane la seguiva ovunque. La figlia stava accanto a lei. Gli zigomi dei volti erano rilevati, gli occhi allungati, lo sguardo sospettoso. Guardandosi intorno, Vittorio si rese conto che nei rustici circostanti, a prima vista decrepiti e diroccati, c’erano segni di vita: recipienti di zinco, bombole di gas, fascine, legna. Tutto però era silenzioso; l’unico rumore era quello del vento, che soffiava gelido da nord. La vecchia gli si avvicinò e gli chiese se suo marito sarebbe stato ricoverato all’ospedale. La pronuncia e il tono erano incerti, l’atteggiamento sfuggente, quasi schivo. “Deve chiedere al medico, quando avrà finito” le rispose. Lei assentì. Gli disse che erano Rom e vivevano lì da sette anni, lei, i suoi nove figli e le loro famiglie, dopo che il padre si era ammalato. Erano stati costretti, perché lui non avrebbe retto a vivere in un accampamento. In quel posto erano isolati e senza risorse. Zingari! Erano Zingari. Per Vittorio era la prima esperienza di soccorso di questo tipo. Non era mai entrato con l’ambulanza in un campo Rom, ne aveva solo sentito parlare. Alcuni gli avevano descritto a tinte fosche quello che accadeva in certe zone, la delinquenza, i furti, i traffici illeciti. Fuori dal servizio, come tutti, si era imbattuto talvolta in qualche mendicante di professione, o qualche giovane zingara con un neonato in braccio che chiedeva la carità. Una volta, a Roma, era stato addirittura derubato da un gruppo di borseggiatori adolescenti. Qui vedeva solo la quotidianità della sofferenza, l’abitudine a sopportare le avversità, la consapevolezza della precarietà dell’esistenza. Si stringevano assieme nel dolore, uniti si facevano forza. La malattia, che per la gente comune è un evento eccezionale ma rimediabile, per loro era una fatalità inevitabile, come l’amore, la fame, la morte. Il dottor Bellesia scese dall’ambulanza e si avvicinò alla vecchia moglie. Le parlò sottovoce. Bisognava ricoverare il paziente nel reparto di Pneumologia e sottoporlo a una serie di accertamenti e di cure, perché la funzione respiratoria era gravemente compromessa e c’erano rischi anche per il cuore. La donna ascoltò a capo basso e chiamò la figlia. Si consultarono in disparte. Poi la vecchia si riavvicinò al medico e gli chiese di salire accanto al marito sull’ambulanza. "Il regolamento vieta di far salire i parenti; possiamo far accompagnare solo i minorenni. Mi spiace, non è possibile." fu la risposta "Potete seguire il mezzo con la vostra automobile”. Lei non disse più nulla e si allontanò, seguita dalla figlia. Espletarono le ultime formalità, poi l’auto medica e l’ambulanza ripartirono. Vittorio, al volante, si concentrò sulla strada. Adesso la temperatura era un po’ salita, anche se rimaneva sotto lo zero. Pensò alla differenza del paesaggio delle Valli in primavera, col caldo, gli stagni, la nidificazione degli aironi e delle anatre. Era un ambiente palustre ricco di vita, di uccelli, pesci, piante acquatiche, rimboschimenti. Eppure c’erano anche campi coltivati, fienili, canali, allevamenti. I maceri, le siepi, i pioppeti testimoniavano la lunga lotta dell’uomo della Bassa per la bonifica e la coltivazione del territorio. Erano terre malsane e infestate dalla malaria, rese coltivabili con secoli di bonifiche e fatiche. L’uomo aveva saputo trasformare un ambiente difficile e ostile in una zona agricola fertile e produttiva. Ora le Valli erano circondate da fattorie e cooperative che esportavano i loro prodotti agricoli in tutti i mercati nazionali ed internazionali. Ripensò alla piccola comunità Rom. A loro questo non interessava, era un orizzonte senza attrattive. Avrebbero voluto andarsene, viaggiare, vivere in insediamenti temporanei. Per loro era importante l’accampamento, la comunità familiare allargata, il clan. La terra e la casa in pietra non erano valori. Li stavano seguendo, con una vecchia Mercedes. Il vecchio non l’avrebbero abbandonato, sarebbero rimasti vicini all’ospedale e l’avrebbero visitato negli orari consentiti. Avrebbero sopportato gli sguardi diffidenti dei gagiò, l’insofferenza degli altri ricoverati, le proteste. Loro erano abituati a tutto questo. Loro erano nomadi da secoli, vivevano ai margini, erano esperti nell’arte della sopravvivenza.
Franca

Franca

Appassionata di storia, è stata insegnante di Lettere alle scuole medie dal 1975 al 2011, quando è andata in pensione.
Scrive racconti, si occupa di volontariato e ha un grande amore per le piante e i fiori.
Autodidatta nella coltivazione delle piante, si impegna a mantenere un approccio bio nella cura del giardino.
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