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Codice Rosso – La badante

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Pico 2

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Si erano immessi nella Statale e andavano a tutta velocità, in codice rosso. Via San Fermo in Padule, 56. Un incidente domestico. Giancarlo parlava della caccia, che si era aperta da tre giorni, Vittorio guidava. Ogni tanto interveniva con qualche battuta ironica, perché conosceva bene la strada e non c’era molto traffico a quell’ora della mattina. “Che ti fanno di male quei quattro fagiani che sono rimasti? E lasciali in pace!“ “Quest’anno dobbiamo abbattere molte nutrie. Sono dannose all’ambiente, perché scavano le tane negli argini dei fiumi.“ ribatté Giancarlo. “Sta’ attento a non sparare agli altri cacciatori, va là!” “Io seguo le regole; sono i cacciatori improvvisati che combinano pasticci.” In quindici minuti arrivarono a destinazione: una villetta al centro di un piccolo paese. Suonarono al cancello. Si affacciò una ragazza bionda, di media statura, robusta. “Ci ha inviati il 118. Avete chiamato per la signora Agnese Torrini”. “Entrate, è caduta nel bagno. L’abbiamo sollevata e distesa sul letto. Sta molto male.” Parlava correntemente l’italiano, ma dall’accento si capiva che era straniera. Una badante dell’Est, pensò Vittorio. “Dovevate lasciarla dov’era! Non bisogna spostare il paziente se si sospetta una frattura. È pericoloso.” “È stato suo figlio. Io so che bisogna fare così” si giustificò la donna. La malata era in camera, rattrappita sul letto. Rispose alle loro domande, sia pure con un filo di voce. A notte fonda si era alzata per andare in bagno. Non aveva chiamato nessuno per non disturbare. Aggrappandosi al bordo dei mobili e alla porta era quasi riuscita a farcela, ma presso la vasca le era mancata la presa ed era scivolata sul pavimento troppo liscio. Aveva battuto il fianco sinistro, le faceva molto male. Il figlio era accanto a lei. Sui quarant’anni, rosso in viso, il ventre prominente. Era accorso quando aveva sentito il rumore; aveva agito d’impulso, pensando che non fosse niente di grave. Il medico di base aveva constatato una frattura al femore. Aveva compilato la richiesta di ricovero e chiamato il 118. Vittorio e Giancarlo intervennero secondo la procedura: collarino, stecco-benda, barella a cucchiaio. In mezz’ora erano pronti per ripartire.  La badante aveva preparato una valigia con gli effetti personali e la biancheria. La paziente le chiese di accompagnarla al Pronto soccorso. “Lei è parente?” si informò Giancarlo. Al suo diniego, le dissero che non potevano farla salire sull’ambulanza. “Il figlio,” consigliò “può seguirci con la sua automobile”. La ragazza parlò sottovoce con l’uomo; si accordarono per seguire il suggerimento. Vittorio la osservò meglio: era una persona decisa, che sapeva reagire con una certa freddezza, mantenendo la calma. Anche se era una subordinata, era l’unica che si dimostrasse sicura e affidabile. Il figlio invece appariva incerto, turbato, sotto choc. Durante il viaggio, Vittorio osservava ogni tanto la macchina che li seguiva, condotta dalla badante. Era una Toyota Yaris grigio metallizzato, a distanza di sicurezza. Pensò che non erano tante le badanti fornite di auto e di patente. Lui ne aveva conosciute molte, per esigenze di servizio. Spesso erano donne precocemente invecchiate, costrette a lavorare in nero, sfruttate con orari inumani. Quasi tutte conoscevano un italiano elementare e fingevano di capire le prescrizioni del medico per convenienza. I familiari delegavano completamente ad esse la cura del malato, sia per la pulizia personale, sia per la somministrazione delle medicine. Quella no, sembrava più affidabile e consapevole dei suoi diritti. Certamente aveva il permesso di soggiorno e un contratto regolare. Le dava fiducia. Quando arrivarono, trovarono il Pronto soccorso in piena emergenza. Era accaduto un incidente stradale molto grave e c’erano molti feriti. Dovettero attendere che si liberassero gli ambulatori; collocarono la lettiga nel corridoio. Vittorio ne approfittò per salutare le infermiere, sue vecchie conoscenze: Sandra, Alessia, Giulia, l’O.S.S. Manuela, piccola e minuta, che veniva ogni giorno da Bologna. Tutti erano molto indaffarati. L’ambiente gli era familiare, si sentiva a suo agio. I medici erano chini sui pazienti o sui computer, concentrati, stressati, oberati. Il figlio fu invitato a sedersi in sala d’aspetto, per non affollare ulteriormente lo spazio ristretto; alla badante fu concesso di rimanere accanto alla malata. Visto che dovevano aspettare, parlarono un po’. Si chiamava Lorena, veniva dalla Polonia. Aveva trent’anni, in Italia da dieci. Era vedova e lavorava presso la signora Torrini da un anno. Una famiglia di tre persone: Agnese, il figlio Fausto, scapolo, e un vecchio zio ottantenne, fratello del marito defunto della signora. C’era molto da fare in quella casa di uomini soli, con la madre affetta dal morbo di Parkinson. Lei doveva pensare non solo alle necessità materiali, ma anche misurarsi col carattere spigoloso del suo datore di lavoro. Il suo legame con la madre aveva qualcosa di patologico, mentre il vecchio zio ottantenne era mal tollerato e spesso rimproverato. Lei doveva portare molta pazienza, mostrarsi obbediente, non prendere iniziative, perché il padrone non voleva che la sua autorità fosse messa in ombra. Vittorio la guardò con interesse: era colpito dalla sua sincerità, dai suoi lineamenti da slava, dalla confidenza che gli mostrava. Di solito le straniere erano più chiuse e diffidenti; lei lo guardava negli occhi senza infingimenti, con una calma amara. Suo marito era morto di infarto, due anni prima, all’improvviso. Aveva pianto per mesi, si era sottoposta ad una cura psicoanalitica. “Ho ancora tanta paura del buio e qualche volta mi viene una crisi depressiva. Mi sono lasciata convincere da mia sorella a tornare al lavoro in Italia, per cercare di superare il trauma e per accompagnarla. Abitiamo insieme e ci aiutiamo a vicenda. Anche lei fa la badante.” Queste donne dell’Est hanno pesi insopportabili sulle spalle, pensava Vittorio. Sono sole, anche se hanno una famiglia in patria. Affrontano tragedie con coraggio e determinazione, non si lasciano abbattere. Mantengono figli, mariti e genitori; salvano interi paesi dalla fame. Quante ne aveva conosciute, lottare con coraggio per essere accettate, per guadagnarsi la fiducia di datori di lavoro prepotenti, sfruttatori, cattivi. Provava indignazione per l’indifferenza di fronte alle loro sofferenze. “Tocca a noi!” gli disse Lorena. Un medico stava facendo cenno con la mano di spingere la barella nell’ambulatorio. Due infermieri presero in consegna la malata. Dopo qualche minuto, fu inviata al reparto di diagnostica per immagini e avvertirono il figlio. Lorena li salutò e si unì al gruppetto. Vittorio le augurò buona fortuna. Il 118 li sollecitava ad un altro intervento di urgenza. Corsero all’uscita e ripartirono.
Franca

Franca

Appassionata di storia, è stata insegnante di Lettere alle scuole medie dal 1975 al 2011, quando è andata in pensione.
Scrive racconti, si occupa di volontariato e ha un grande amore per le piante e i fiori.
Autodidatta nella coltivazione delle piante, si impegna a mantenere un approccio bio nella cura del giardino.
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